Poesie

1.
Io avevo paura del buio
Quando il topo trottava
Nel soffitto vuoto e
La stanza odorava
Di grappolo d’uva
E di serti di mele.

Io avevo paura del vento
Quando forte sibilava
Tra vicoli e fessure
E il gatto agguantava il topo
In fondo all’angolo scuro.

Dicevo allora alla mia anima:
Taci, e attendi senza speranza
Così il buio sarà la luce
E la quiete il vento
Senza più gatto né topo.

Ma è passata.
Oggi, so la solitudine del grido
E dove fiorisce l’asfodelo.

2.

E poi sei venuta tu,
Bimba vestita di Sole
Che guardi nella direzione del vento,
Anemone infinita.

3. Tenerezza

Tra
Lo stupore
E
Lo schianto
Un’assolata
Striscia
Di tenerezza

4.

Come il mare io ti parlo
Come la Luna tu m’ascolti
Fragranza di cielo
Fragranza di terra
Iridescente conchiglia del cuore

5.

Stupefatta la notte entrava nel giorno e
Il giorno entrava nella notte – stupefatta
Con l’urlo congelato alla gola.
Destati, amore: è l’ora.
Viviamo questo tempo che non è
Né il giorno né la notte,
Ma quello del sogno e della conoscenza.

6.

Di astro in astro
Per sempre noi vivremo
Sterminata eco
Di un bacio infinito.

7. Poema

Noi, ventose colline,
Noi sappiamo
Di essere mortali,
Ma vegliamo su di voi,
Tra fiori di ginestra
E gigli di campo.

Noi vedemmo
La zappa e il bidente,
La spiga e le foglie,
La bomba e il fucile,
La bisaccia e la conca,
Il fardello e l’orcio
Tra soli roventi,
E attonite lune.

Noi odorammo
Il cardo e il ciclamino,
L’anemone e la genziana,
Le bacche e il cipresso,
Il papavero e il rosmarino,
Il basilico e il garofano,
Tra celesti vedovelle,
E primule di prati.

Noi udimmo
Il nibbio e la rana,
La chioccia e il picchio,
La serpe e il falco,
Il ciuco e la civetta,
La capra e il passero,
Tra stridii di grilli
E splendori di lucciole.

Noi gustammo
L’uva e la percoca,
La cipolla e il grano,
Il cacio e il verme,
La persica e l’oliva,
La fragola e il crespigno,
Tra effluvi di ciliegio
E candori d’amareno.

Noi toccammo
Il granchio e la rana,
Lo stagno e il torrente,
Il baco e la mela
la tela e il ragno,
Il lino e il gelso,
Tra mani di Sole
E volti di Luna.

Noi fummo questo,
E fummo umane,
fra umani.
Ma voi,
Voi che correte nella direzione del vento,
Voi siete un’altra storia,
Non più umana,
Dove tutto
È
Superficie,
Istante,
Dissipazione,
Tra asfodeli di morte
E còlchici d’abisso.

8.

Sei venuta di maggio,
Viso di primavera.
Splendore e incanto,
Intemporale aurora.

9.

Ascolta Vespero,
Quando arriva
Nottola,
E tu
Le palpebre chiudi,
Come di notte
Le margherite.

10. Ricordanze

Io ricordo
Un velo di merletto nero
E le folate di aghi di ghiaccio
Sulla collina di neve
E lungo i filari scuri del cipresso.

Un’agonia senza tempo
Di un sogno finito.

Resta la polvere.
Ma polvere umana,
Tra bossi odorati
E ineffabili ricordanze
Di mani ricamate di trine.

(Il mio canto di te
è un ritornello a bocca chiusa.)

11.

Il fiume torna alla sua sorgente,
L’aquila al suo nido,
E io nel tuo grembo,
Madre,
Interminata trasparenza
E sguardo finito.

Tu sei
Principio e fine,
Sorgente e foce,
Radice e corona,
Compiutezza d’argilla
E pienezza di stelle.

12. Filomena

Tu non eri come noi,
Che non sappiamo più nulla
Dello splendore del crisantemo
O del candore del geranio rosso.

Tu amavi lo scintillio del mare,
Perché sentivi
Lo stupore del tuo respiro terrestre
Mentre noi
– Immondi –
Non sappiamo più nulla
Della fragranza delle nostre mani ignude
E dell’incanto dei nostri occhi di perla.

Tu non eri come noi,
Perché eri limite
E conoscevi
Il rovinio dell’onda sulla roccia;
Mentre noi
– Assurdi –
Non sappiamo più nulla
Dei confini dell’inumano
E degli atroci sconfinamenti
Del nostro fetido orgoglio.

Oh mamma
Nulla è stato invano
Tutto è stato fatto
Per amore della conoscenza
E per questa mitezza infinita
Delle creature che
Con te
Con noi
Sempre vivranno
Mirabili laudi
della Terra e del Cielo

13. A mio padre

Né più mai saprai
L’odore verde del rosmarino,
Il sapore giallo della vite,
La brezza azzurra del mare.

Né più mai dirai
Versi di volo e
Di frante primavere.

Né più mai coglierai
Assolate asparagine,
Abbrunati pungitopo
O ferrigne lumache.

Eppure io vedo la tua voce
E ascolto il tuo sguardo,
Addossato a questa collina,
Dove sussurrano gli ulivi
E odora la ginestra.

14. Gigetta

Ora ti carezzano
Le cose che ti somigliano:
La mitezza verde degli ulivi
E la dolcezza azzurra del mare.

Ora ti cullano
L’incanto viola delle mammole
E la terra
Sapor mandarino.

15. Nostalgie

Là dove
Un tempo
Odorava
L’oleandro
Rosso,
Ora
Fiorisce
Il granoturco
Dorato.

E
Soffia
Libero
Il vento.

Nato
In nessun luogo,
La mia casa
È
In ogni dove.

16. Telefonini

La mia fine
È qui
Ora
Che non posso più
Ascoltare il tuo respiro
E parlo con
L’inerte
E
La polvere
Senza più stelle

Vento tra i tuoi capelli

17. Vetro-metallo mobile

Tutti dicono che l’epoca glaciale è passata,
Ma non è vero:
Sei tu – vetro-metallo mobile – il ghiaccio.

18. I traditori

Il Mediterraneo è il mio mare,
Il mare degli oppressi.
Echi di lutto senza tempo,
Echi d’orrore infinito,
Senza più papiro né scriba che li ricordi,
Né tracce di polvere che rivelino
Il pudore del silenzio.

E tu,
Viso cagnazzo,
Tu sei distratto.
Tu non vedi,
Come Aristippo,
Figure geometriche sulla riva.
Tu vedi solo
Corvi tra campi di grano,
E sai la tua fine,
Dov’è
Caino,
Degli umani
Il traditore.

19.

L’orrore
È
Qui,
Ora.

In questa continua dimenticanza

Dei nostri sguardi marini,
Delle nostre mani d’argilla,
Dei nostri passi leggeri,
Dei nostri colori d’oliva,
Dei nostri odori di cedro,
Dei nostri sapori d’umano.

Della favola bella
Che noi,
Creature terrestri,
Con te narrammo,
Straziante,
Mirabile
Conchiglia del cielo.

20. Sconfitta

La sconfitta è questa:

Di noi,
Umani,
Sopravvivrà la vergogna;

Di voi,
In-umani,
Il rodio del sorcio.

21. Variazioni

Io sono il mio presente:
Un frantume di fuoco che si perde nella notte.

Io sono il mio presente:
Il sogno di un’ombra.

22. Altrove

Altrove – non qui –
Parleremo il linguaggio dei fiori
Comprenderemo le voci di tutti gli esseri
Della terra e del cielo
Percepiremo gli echi degli astri
Senza più confini né tempo
Come luce pura
Negli spazi infiniti
Natura nella natura

23. I cannibali

Ciò che il melograno disse alla magnolia:
Fame di vento
È la tua immagine chiara.

Ciò che la magnolia disse al melograno:
Fame di fuoco
È la tua linfa scura.

Ciò che disse il vento:
Sete di fuoco
È la tua dissolvenza.

Ciò che disse il fuoco:
Sete di vento
È la tua trasparenza.

Fuoco.
Vento.

Ora lo sai:
Anche la desolazione ha la sua fine.

24. Agonie

Il tempo,
Che tutto consuma,
Corroderà anche queste rovine.

Tutto,
Anche il vento che le traversa,
Sarà consumato.

Resterà solo
Un irreale terrore:
Un silenzio nudo.

25. Agonie

Noi siamo nel vicolo dei sorci,
Dove abita Squallore.
Eppure,
Se c’interroghi,
Ti diciamo che non è Squallore che ci opprime,
Ma questa grancassa di denti
Che ci rodono le ossa.

26. Agonie

Ovunque
Volgi lo sguardo,
Gli orizzonti si chiudono.
Tu sei solo,
Accanto al tuo respiro.

27. Agonie

L’inverno terribile dei sogni,
Lungo il viale dei platani.
Come siamo nudi –
Noi –
La nostra immagine –
Se non c’è passione o spazio.

28.

Una lama di fuoco
Incendia
I confini del cielo.

Tu esisti
In ardore.

29. L’anima e il mare

Dentro
Vetri di luce, frantumi di conchiglie
Il grido bianco del mare
M’abbaglia e sale invisibile
A ferire la mia anima di sabbia.

I volti dei miei scogli
Nascono nel miracolo del vento
E annegati nei metalli del mare
– Ora che barche vanno alla deriva –
Scendono nel freddo e camminano nei gorghi.

Vado su chitarre d’acqua
– Dove gli uomini imparano a perdere –
E il grido bianco del gabbiano
Mi squarcia il sentimento in fuga
E mi svela il mistero delle sabbie.

(Scogli, vetri, conchiglie – bianche
– sono impazzito della morte del mare
– bianca di sale).

30.

Fuoco di vento
Vento di fuoco

Vento
Fuoco

E niente acqua
Acqua

Solo
Roccia
Interminata roccia

Altissima quiete
Qui ora sempre

31.

Contro l’orrore
In te mi dissolvo
Chiarità essenziale

32.

Eccoci qui,
Mare,
Ancora soli.
Tra nubi che corrono
E gabbiani in controvento.
Senza più risacche
Né belle primavere.
Che altro,
Allora,
Se non fuggire via,
Cancellando gli addii?

Bisogna saper uscire dal Tempo.
(Dal grido dell’onda, dal grido del vento, dalla distesa d’acqua.)

33.

La brezza del vento
È passata in fretta
Sui gorghi del mare
E sul greto
Dove i suoi cespi sparge
L’odorata ginestra.

Tu guardi verso la notte.
Ma cosa resta?
Un fiore caduto nella corrente?
Una gemma senza stelo?
Un amaro silenzio?

Già i tuoi piedi sono sabbia,
Le tue mani aghi di cedro,
I tuoi occhi gusci duri di crostaceo.

Ci sono i colombi,
Ma non c’è il mattino,
Né più l’eco che torna.

34.

Il cuore corre
Dietro il suo sangue.
Lo senti?
È la tenerezza
Che dà coraggio,
Non lo spavento.

Noi ce ne andiamo
Come siamo venuti,
Stranieri
A quest’aer perso
d’Iddii pestilenziali.

35. Tu

Allora è vero,
Tu mi aspetterai,
Aspetterai ch’io sparga tutti i semi di grano
Che stipammo nel baule del tempo,
Tra steli riarsi di stoppia
E mele cotogne odorose.

Aspetterai
Ch’io ascenda quest’assolato pendio
Dove s’inerpica la lenta ginestra
E s’indora la bella melagrana che ti somiglia,
Tra ciani cilestri
E vortici di rondini festose.

Mi aspetterai
Oltre la siepe di rovi e more,
Dall’altra parte della vita,
Nel paese che sognano i gatti
Quando con te si accoccolano
Pieni zeppi di fusa.

(Le nostre mani
sono ancore lanciate
verso l’abisso del cielo.)

36. Noi

Contro la notte
Questa notte
I nostri corpi
Come serti di rose
Solcano gli orizzonti in fuga
Verso un’altra intensità


M  I  T  I

(1964-1980)

TEMPO PRIMO

I

La primavera è fatta di angeli che vanno al di là delle stagioni,

i campi lo sanno. Io vengo dalla primavera

in un giorno qualunque a dirti: ciò che cerchi

è in te, o figlio, la luce, e non l’ombra, solo la luce. In te

sbocciano le mie labbra profumate di canto e per te

conosco la fine del mare e delle cose

che muoiono come un giorno che non vedo sul tuo volto. I fiori

se ne andranno col vento e io sognerò di te, accanto al tuo corpo,

lungo il terrapieno all’ombra degli uliveti.

Tu sei puro e nulla varrà a distruggerti.

II

Il giorno è morto col mare. Il mio sogno di te è finito

sui fogli di carta e nulla so scrivere e nulla so inventare

all’infuori che tu esisti e vai su e giù lungo il viale dei tigli

pluricolorata dai neon e sorridi al ragazzo

che cammina al tuo fianco colmo di parole e di gioia,

e guardi la sera e come può contenerla il tuo corpo

marezzato di stelle o i tuoi occhi che hanno visto

come è bianco il mare e come tutto può somigliarti.

III

Tramonto.

I monti sono blu e gialli,

la terra ha suoni vitrei –

c’è una brezza di resina sui colli.

IV

Il flusso della danza e

e dei sorrisi –

i tuoi occhi sognanti nell’alba –

tu esisti come le cose più care.

V

L’adolescenza delle tue labbra e dei tuoi occhi

– roseto di sogni –

il tuo corpo rotolato nella follia dei sorrisi.

VI

Adolescenza del mare.

Adolescenza dell’alba.

Adolescenza bianca

Adolescenza rosa.

Arcobaleno d’amore.

VII

A me basta vederti.

L’alba d’autunno ha sognato

il tuo corpo sulla terra

nuda. Tu esisti.

A quest’ora ti alzi, ti lavi, ti specchi, pettini

i tuoi capelli, sei fresca.

Tu esisti come le cose chiare e

che hanno il sapore azzurro del mare:

ami ed esisti, profumo di resina,

conchiglia chiaroscura e canto,

ami ed esisti, effluvio di sogni,

batticuore, brividi,

ami ed esisti.

Ho sognato la tua vita in fondo alle cose:

lago d’infanzia,

roseto di primavera.

Ho sognato la tua vita: eco presente.

L’amore che ti porto

ha le forme di questo corpo di gioie.

VIII

Un giorno ho preso l’amore

sulle ginocchia –

ho guardato

un cielo di rondini –

ho dilatato

la gioia fino ai limiti del grido.

IX

Nessuno come lei

sa indossare un abito bianco

con merletti e portare

un toupet sul collo.

Nessuno come lei!

X

Mi sono disteso nella luce,

con lo sguardo rivolto all’ombra:

la luce era il cielo;

la terra, l’ombra.

Non ascolto più i sussulti del cuore.

Aderisco alla tua immagine aperta.

Solitudine chiara.

Dove c’era ombra, ora c’è luce.

XI

Ho contemplato le mutevoli scene dell’alba.

Ho ascoltato il risveglio delle cose.

Non domandarmi nulla.

Presta solo ascolto al brusio [voce] della luce quando la terra tace.

XII

Tutti i volti che irrompono sono i tuoi.

È il tumulto del cuore.

È l’abbraccio degli occhi.

È il girotondo delle mani.

Ti vedo.

Ti ascolto.

Ti penso.

Curvo sul cielo.

In vigile attesa sulla terra lieve.

Disteso nel tuo sogno.

XIII

E poi sei venuta

tu,

piena di sorrisi

e di giochi,

colma di fiori

e di gesti,

fragile come la carezza

sul viso.

XIV

Per incontrare la bellezza del tuo corpo d’amore

– la verità degli occhi e delle mani –

Per conoscere la dimora alla tenerezza,

ho rivestito di cristalli mirabili

le altitudini dell’aurora.

XV

Stupefatta la notte entrava nel giorno e

il giorno entrava nella notte- stupefatta

con l’urlo congelato alla gola.

Dèstati, amore: è l’ora.

Viviamo questo tempo che non è

né il giorno né la notte,

ma quello del sogno e della conoscenza.

XVI

Dammi

entrambi gli sguardi per cercarti,

entrambi in corpi per incontrarti,

entrambi i sessi per amarti –

balenio d’infinito.

Attraverso la luce dei corpi entrerò

nell’alba e nelle stagioni.

In tutti i posti conoscerò la bellezza.

XVII

Il fiume

accanto alle sue rive,

il volto

al suo avvenire,

l’eco

al suo grido.

Bisogna conoscere tutti i nomi

della bellezza

per entrare nel giorno,

nella luce,

nel Sole e

perdersi.

XIX

Creare il tempo e il luogo in cui conoscere l’azione dei miei occhi

e delle mie mani – per scoprire l’igiene della materia.

XX

Paesaggio invernale.

Il mio canto di te è un ritornello

a bocca chiusa.

TEMPO SECONDO

I

I miti dell’alba e del mare,

sonori dentro il plasma dei sogni.

La veglia interminabile dei nulla,

e il vento salino del mare

che si rifrange sulla nostra solitudine responsabile.

II

Quell’adolescenza favolosa – eccellente –

non era altro che un vuoto

dove tutte le cose urlavano

secondo ritmi prestabiliti.

III

La terra delle ferite –

un coro di albe che soffocano

colme di creta e di sterpi –

dolore della luce.

IV

E tutto ci lega

a nuove vite, a nuove nascite,

noi sterili maturazioni,

inetti [imbelli] portatori dei nostri corpi

fragili di agonia e disgusto.

V

I viaggi donchisciotteschi al di là degli orizzonti

come girotondi attorno alla tua vita.

VI

Crepuscolo.

Ecco il corpo di un giorno

fragile di dolore –

mi muovo e sconfino.

VII

Sera.

Neon di rumori o di musica –

solitudine dello stelo

che ti porta via.

VIII

Dentro il giorno.

Un coro di solitudine e di specchi,

un tempo di leggende,

lette sul

nulla.

IX

Mi sono disteso nell’alba d’aprile.

Nulla rifletteva la sonnolenza pomeridiana dei palazzi,

nulla equilibrava nello specchio la fronte dei salici,

nulla sfidava il pallore cristallizzato del cielo,

nulla mi tratteneva dal leggero scivolìo del vento.

Gli abiti andavano in giro con i corpi in bellezza,

le strade rotolavano contro la ruota dell’ora

(nel lavabo uno specchio si innamorava di Teresa),

dal mare il sole arriva ad un cuore debole.

Presso l’alba d’aprile intessuta di chiarità essenziali

vedevo che le cose non seguono il loro corso

e non sapevo morire – perché

non avevo confidenza con le cose che muoiono.

Non potevo vedere gli animali ammucchiati sulle strade

né inoltrarmi nel tessuto scavezzato del paesaggio –

ero filtrato da macabre [orribili] oscillazioni mentali [psichiche] e da ritmi immensi

e ingoiavo dolore da ogni lato e con tutti i sensi.

Alla fine non ne potevo più – mi dicevo:

«Puoi essere anche donna», e bevevo avidamente

il sangue di questa pienezza gravida di illuminazioni,

lontano dal giorno e dalla notte – prigioniero dell’alba.

Scivolavo in un fluire lirico di reintegrazione alla terra!

Mi eleggevo idolo e abbracciavo ogni successione elettiva.

Era disposto a tutto: alla terra al mare alla luce,

all’incontro decisivo con le vegetazioni calde e pure.

Nulla da fare – ero riflesso dal sogno delle cose,

mancavano le congiunzioni più elementari e stupide

e il veleno delle paludi mi penetrava sordamente –

fallivo per un’idiozia che sanguinava dalla pazienza.

Presso l’alba d’aprile il sole mi leccava come un cane malato

soffocandomi – ma non potevo morire

perché in realtà non sapevo nulla del mare – ignoravo

purtroppo come muoiono le più piccole cose.

X

L’eco del grido –

prigioniera nella conchiglia del ventre.

Le cose sono rumorose.

XI

L’amore nel suo disordine di avvenire –

che altro potevo sognare

nel mio volto?

XII

Come per gioco –

conoscere i nostri incanti e

i nostri terrori.

XIII

Hai gustato con me il sapore amaro

delle passeggiate – la violenza

dei volti alienati.

Che sarà di noi?

– Io non so nulla –

Io so

il vuoto,

la disfatta,

le ossa.

XIV

tam-tam dell’amore stroncato

tam-tam delle palpebre mute

tam-tam delle tenerezze sbagliate

tam-tam delle nudità laceranti

tam-tam delle paure ingoiate

tam-tam dei vuoti incolmabili

tam-tam delle tempia soffocate

tam-tam dell’adolescenza idiota

tam-tam del corpo solo nella sua follia

adolescenza idiota

mobilitata all’inerzia

(alla fine scoprirò l’immagine

che si nasconde dietro il volto delle vittime)

XV

l’amore nel suo disordine di avvenire –

che altro potevo sognare

nel mio volto?

XVI

ognuno vive la propria follia

la propria complicazione di morte –

tutto o niente –

chi più di noi ha accettato questo gioco?

XVII

Dentro

vetri di luce frantumi di conchiglie

il grido bianco del mare

m’abbaglia e sale invisibile

a ferire la mia anima di sabbia.

I volti dei miei scogli

nascono nel miracolo del vento

e annegati nei metalli del mare

– ora che barche vanno alla deriva –

scendono nel freddo e camminano nei gorghi.

Vado su chitarre d’acqua

– dove gli uomini imparano a perdere –

e il grido bianco del gabbiano

mi squarcia il sentimento in fuga

e mi svela il mistero delle sabbie.

(Scogli, vetri conchiglie – bianche

– sono impazzito della morte del mare

– bianca di sale).

XVIII

Canzonetta

sopra i fiori dei dolori

questa vita fa rumori

sopra i vuoti degli amori

ci son brividi e batticuori

della mia alienazione

non avete giustificazioni

adolescenza adolescenza

tutti i miti son deficienza

né amori né rivoluzioni

sempre senza conclusioni

né ordine né bellezza

è pura la mia stranezza

XIX

Contro le parole,

contro le cose,

contro di me,

contro di te.

Lei.

Lei avrebbe nominato tutte le cose

Con nomi nuovi.

XX

L’inverno terribile dei sogni,

lungo il viale dei platani.

Come siamo nudi –

noi –

la nostra immagine –

se non c’è passione o spazio.