Poesie

Mediterraneo

Trahit sua quemque voluptas (Virgilio)

 

Due in uno

Come il mare io ti parlo

Come la Luna tu m’ascolti

Fragranza di cielo

Fragranza di terra

Iridescente conchiglia del cuore

Vespero


Ascolta Vespero

Quando arriva

Nottola

E tu

Le palpebre chiudi

Come di notte

Le margherite
Incanti

Tu

Vestita

Di Luna

E io

Di Sole

Per sempre

Vivremo

Interminati

Incanti

Di un cielo

Trapunto

Di stelle
Aurora


​Ascolta

Il risveglio delle cose

Quando viene Aurora

Tra Zefiri e gemme di Sole

 

Stupore e tenerezza

Tra

Lo stupore

E

Lo schianto

Un’assolata

Striscia

Di tenerezza
POEMA
 
 
 Noi, ventose colline,
 Noi sappiamo
 Di essere mortali,
 Ma vegliamo su di voi,
 Tra fiori di ginestra
 E gigli di campo.
 
 Noi vedemmo
 La zappa e il bidente,
 La spiga e le foglie,
 La bomba e il fucile,
 La bisaccia e la conca,
 Il fardello e l'orcio
 Tra soli roventi,
 E attonite lune.
 
 Noi odorammo
 Il cardo e il ciclamino,
 L’anemone e la genziana,
 Le bacche e il cipresso,
 Il papavero e il rosmarino,
 Il basilico e il garofano,
 Tra celesti vedovelle,
 E primule di prati.
 
 Noi udimmo
 Il nibbio e la rana,
 La chioccia e il picchio,
 La serpe e il falco,
 Il ciuco e la civetta,
 La capra e il passero,
 Tra stridii di grilli
 E splendori di lucciole.
 
 Noi gustammo
 L’uva e la percoca,
 La cipolla e il grano,
 Il cacio e il verme,
 La persica e l’oliva,
 La fragola e il crespigno,
 Tra effluvi di ciliegio
 E candori d’amareno.
 
 Noi toccammo
 Il granchio e la rana,
 Lo stagno e il torrente,
 Il baco e la mela
 la tela e il ragno,
 Il lino e il gelso,
 Tra mani di Sole
 E volti di Luna.
 
 Noi fummo questo,
 E fummo umane,
 fra umani.
 Ma voi,
 Voi che correte nella direzione del vento,
 Voi siete un’altra storia,
 Non più umana,
 Dove tutto
 È
 Superficie,
 Istante,
 Dissipazione,
 Tra asfodeli di morte
 E còlchici d’abisso.

Dimenticanze

L’orrore

È

Qui

Ora


In questa continua dimenticanza

Dei nostri sguardi marini

Delle nostre mani d’argilla

Dei nostri passi leggeri


Dei nostri colori d’oliva

Dei nostri odori di cedro

Dei nostri sapori d’umano 



Della favola bella

Che noi

Creature terrestri

Con te narrammo

Straziante

Mirabile

Conchiglia del cielo.
Infanzia


Io avevo paura del buio

Quando il topo trottava

Nel soffitto vuoto e

La stanza odorava

Di grappolo d’uva

E di serti di mele.

 
Io avevo paura del vento

Quando forte sibilava

Tra vicoli e fessure

E il gatto agguantava il topo

In fondo all’angolo scuro.


Dicevo allora alla mia anima:

taci, e attendi senza speranza

Così il buio sarà la luce

E la quiete il vento

Senza più gatto né topo.
 

Ma è passata.

Oggi, so la solitudine del grido

e dove fiorisce l’asfodelo. ​
Il ritorno

 

Il fiume torna alla sua sorgente,

L'aquila al suo nido,

E io nel tuo grembo,

Madre,

Interminata trasparenza

E sguardo finito.

 
Tu sei

Principio e fine,

Sorgente e foce,

Radice e corona,

Compiutezza d'argilla

E pienezza di stelle.
FILOMENA


Tu non eri come noi

Che non sappiamo più nulla

Dello splendore del crisantemo

o del candore del geranio rosso


Tu amavi lo scintillio del mare

Perché sentivi 

Lo stupore del tuo respiro terrestre

Mentre noi 

– Mostri –

Non sappiamo più nulla

Della fragranza delle nostre mani ignude

E dell'incanto dei nostri occhi di perla  



Tu non eri come noi

Perché eri limite 

E conoscevi

Il rovinio dell’onda sulla roccia

Mentre noi

– Belve –

Non sappiamo più nulla

Dei limiti del disumano 

E degli atroci sconfinamenti

del nostro fetido orgoglio



Oh mamma

Nulla è stato invano

Tutto è stato fatto

Per amore della conoscenza

E per questa mitezza infinita

delle creature

che con te

E con noi

Per sempre vivranno

Mirabili laudi

della Terra e del Cielo


Ricordanze


Io ricordo

Un velo di merletto nero

E le folate di aghi di ghiaccio

Sulla collina di neve

E lungo i filari scuri del cipresso




Un’agonia senza tempo

Di un sogno finito




Resta la polvere

Ma polvere umana

Tra cipressi odorati ​

e ineffabili ricordanze

di mani ricamate di trine




(Il mio canto di te

è uno stornello a bocca chiusa)
























A mio padre



Né più mai saprai

L’odore verde del rosmarino

Il sapore giallo della vite

La brezza azzurra del mare



Né più mai dirai

Versi di volo e

Di frante primavere



Né più mai coglierai

Assolate asparagine

Abbrunati pungitopo

O ferrigne lumache



Eppure io vedo la tua voce

E ascolto il tuo sguardo

Addossato a questa collina

Dove sussurrano gli ulivi

E odora la ginestra
Dissolvenza

Tra la distanza

E

La polvere

È 

La tua dissolvenza

Il tuo intrico

Di morte

L’infinito 

Sciabordio

Dell’onda

Sulla terra 

D’ossa.
Sconfitta


La sconfitta è questa:


Di noi,

Umani,

Sopravvivrà la vergogna;


Di voi,

In-umani,

Il rodio del sorcio.​

 

Telefonini




La mia fine

È qui

Ora

Che non posso più

Ascoltare il tuo respiro

E parlo con

L’inerte

e

La polvere

Senza più stelle

Né 

Vento tra i tuoi capelli
Nostalgie

Là dove 

Un tempo

Odorava

L’oleando 

Rosso

Ora

Fiorisce 

Il granoturco 

Dorato

 
E 

Soffia

Libero 

Il vento

 

Nato

In nessun luogo

La mia casa

È

In ogni dove
Filastrocca



Voi,

ghiottoni,

avete per patria la zolla

Che vi nutre,

noi,

frugali,

abbiamo per patria il mondo,

come i pesci il mare.


Voi

Siete l’ibisco

Noi

L’olivo

Voi

Siete il ghiro

Noi

La rondine

Voi

Siete l’edera

Noi

La ginestra 

Voi

Siete il bruco

Noi

La farfalla

 

Voi

Amate la polvere

Noi

Gli astri

Voi

Amate il gambo

Noi

La rosa

Voi

amate lo stilo

Noi

La penna

 

Voi

Amate la roccia

Noi

Il diamante


(Non vi sono

Due mondi

Ma solo

Uno

E non è 

Il vostro)
I traditori/I corvi

Il Mediterraneo è il mio mare,
Il mare degli oppressi.
Echi di lutto senza tempo,
Echi d’orrore infinito,
Senza più papiro né scriba che li ricordi,
Né tracce di polvere che rivelino
Il pudore del silenzio.

Infinitamente dimenticato,
Infinitamente ricordato,
Il velo di lacrime dell’Universo.

E tu,
Viso cagnazzo,
Tu sei distratto.
Tu non vedi,
Come Aristippo,
Figure geometriche sulla riva.
Tu vedi solo
Corvi tra campi di grano,
E sai la tua fine,
Dov’è
Cocito,
Degli umani
Il traditore.
 

 Variazioni


Io sono il mio presente:

un frantume di fuoco che si perde nella notte.


Io sono il mio presente:

un battito di luce che si perde nell'abisso.


Io sono il mio presente:

il sogno di un'ombra.

 
Gigetta


Ora ti carezzano

le cose che ti somigliano:

la mitezza verde degli ulivi

e la dolcezza azzurra del mare.


Ora ti cullano

l'incanto viola delle mammole

e la terra

sapor mandarino.
Altrove

Altrove – non qui –

Parleremo il linguaggio dei fiori

Comprenderemo le voci di tutti gli esseri

Della terra e del cielo

Percepiremo gli echi degli astri

Senza più confini né tempo

Come luce pura

Negli spazi infiniti

Natura nella natura
Tempo presente

Stupefatta la notte entrava nel giorno e
il giorno entrava nella notte - stupefatta
con l’urlo congelato alla gola.

Destati, amore: è l’ora.
Viviamo questo tempo che non è
né il giorno né la notte,
ma quello del sogno e della conoscenza.
Tempo futuro

Di astro in astro
Per sempre noi vivremo
Sterminata eco
Di un bacio infinito.
Agonie


Qui
Non c’è altro che vento
Vento del nord
Vento del sud
Vento dell’ovest
Vento dell’est
E nulla
Proprio nulla
Che riveli tracce
Di esseri viventi

Solo
Polvere e vento
Vento e polvere
Vento
I cannibali


Ciò che il melograno disse alla magnolia:

Fame di vento

È la tua immagine chiara.




Ciò che la magnolia disse al melograno:

Fame di fuoco

È la tua linfa scura.




Ciò che disse il vento:

Sete di fuoco

È la tua dissolvenza.




Ciò che disse il fuoco:

Sete di vento

È la tua trasparenza.

 

Fuoco.

Vento.

 

Ora lo sai:

Anche la desolazione ha la sua fine.
Agonie

Il tempo, 
che tutto consuma, 
corroderà anche queste rovine. 

Tutto, 
anche il vento che le traversa, 
sarà consumato.  

Resterà solo 
un irreale terrore:  
un silenzio nudo.
Agonie

Noi siamo nel vicolo dei sorci,
dove abita Squallore.
Eppure,
se c’interroghi,
ti diciamo che non è Squallore che ci opprime,
ma questa grancassa di denti
che ci rodono le ossa.
Agonie


Ovunque

Volgi lo sguardo,

Gli orizzonti si chiudono.

Tu sei solo,

Accanto al tuo respiro.

 

 

 

M  I  T  I

(1964-1980)

 

Al futuro,

quando finalmente sarà possibile

scoprire l’igiene della materia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TEMPO PRIMO

 

 

 

I

La primavera è fatta di angeli che vanno al di là delle stagioni,

i campi lo sanno. Io vengo dalla primavera

in un giorno qualunque a dirti: ciò che cerchi

è in te, o figlio, la luce, e non l’ombra, solo la luce. In te

sbocciano le mie labbra profumate di canto e per te

conosco la fine del mare e delle cose

che muoiono come un giorno che non vedo sul tuo volto. I fiori

se ne andranno col vento e io sognerò di te, accanto al tuo corpo,

lungo il terrapieno all’ombra degli uliveti.

Tu sei puro e nulla varrà a distruggerti.

 

 

II

Il giorno è morto col mare. Il mio sogno di te è finito

sui fogli di carta e nulla so scrivere e nulla so inventare

all’infuori che tu esisti e vai su e giù lungo il viale dei tigli

pluricolorata dai neon e sorridi al ragazzo

che cammina al tuo fianco colmo di parole e di gioia,

e guardi la sera e come può contenerla il tuo corpo

marezzato di stelle o i tuoi occhi che hanno visto

come è bianco il mare e come tutto può somigliarti.

 

 

III

Tramonto.

I monti sono blu e gialli,

la terra ha suoni vitrei –

c’è una brezza di resina sui colli.

 

 

IV

Il flusso della danza e

e dei sorrisi –

i tuoi occhi sognanti nell’alba –

tu esisti come le cose più care.

 

 

V

L’adolescenza delle tue labbra e dei tuoi occhi

– roseto di sogni –

il tuo corpo rotolato nella follia dei sorrisi.

 

 

VI

Adolescenza del mare.

Adolescenza dell’alba.

 

Adolescenza bianca

Adolescenza rosa.

Arcobaleno d’amore.

 

 

VII

A me basta vederti.

L’alba d’autunno ha sognato

il tuo corpo sulla terra

nuda. Tu esisti.

A quest’ora ti alzi, ti lavi, ti specchi, pettini

i tuoi capelli, sei fresca.

Tu esisti come le cose chiare e

che hanno il sapore azzurro del mare:

ami ed esisti, profumo di resina,

conchiglia chiaroscura e canto,

ami ed esisti, effluvio di sogni,

batticuore, brividi,

ami ed esisti.

 

Ho sognato la tua vita in fondo alle cose:

lago d’infanzia,

roseto di primavera.

Ho sognato la tua vita: eco presente.

L’amore che ti porto

ha le forme di questo corpo di gioie.

 

 

VIII

Un giorno ho preso l’amore

sulle ginocchia –

ho guardato

un cielo di rondini –

ho dilatato

la gioia fino ai limiti del grido.

 

 

IX

Nessuno come lei

sa indossare un abito bianco

con merletti e portare

un toupet sul collo.

 

Nessuno come lei!

 

 

X

Mi sono disteso nella luce,

con lo sguardo rivolto all’ombra:

la luce era il cielo;

la terra, l’ombra.

Non ascolto più i sussulti del cuore.

Aderisco alla tua immagine aperta.

Solitudine chiara.

Dove c’era ombra, ora c’è luce.

 

 

XI

Ho contemplato le mutevoli scene dell’alba.

Ho ascoltato il risveglio delle cose.

Non domandarmi nulla.

Presta solo ascolto al brusio [voce] della luce quando la terra tace.

 

 

XII

Tutti i volti che irrompono sono i tuoi.

È il tumulto del cuore.

È l’abbraccio degli occhi.

È il girotondo delle mani.

Ti vedo.

Ti ascolto.

Ti penso.

Curvo sul cielo.

In vigile attesa sulla terra lieve.

Disteso nel tuo sogno.

 

 

XIII

E poi sei venuta

tu,

piena di sorrisi

e di giochi,

colma di fiori

e di gesti,

fragile come la carezza

sul viso.

 

 

XIV

Per incontrare la bellezza del tuo corpo d’amore

– la verità degli occhi e delle mani –

Per conoscere la dimora alla tenerezza,

ho rivestito di cristalli mirabili

le altitudini dell’aurora.

 

 

XV

Stupefatta la notte entrava nel giorno e

il giorno entrava nella notte- stupefatta

con l’urlo congelato alla gola.

 

Dèstati, amore: è l’ora.

Viviamo questo tempo che non è

né il giorno né la notte,

ma quello del sogno e della conoscenza.

 

 

XVI

Dammi

entrambi gli sguardi per cercarti,

entrambi in corpi per incontrarti,

entrambi i sessi per amarti –

balenio d’infinito.

 

Attraverso la luce dei corpi entrerò

nell’alba e nelle stagioni.

 

In tutti i posti conoscerò la bellezza.

 

 

XVII

 

Il fiume

accanto alle sue rive,

il volto

al suo avvenire,

l’eco

al suo grido.

 

Bisogna conoscere tutti i nomi

della bellezza

per entrare nel giorno,

nella luce,

nel Sole e

perdersi.

 

 

XIX

Creare il tempo e il luogo in cui conoscere l’azione dei miei occhi

e delle mie mani – per scoprire l’igiene della materia.

 

 

XX

Paesaggio invernale.

Il mio canto di te è un ritornello

a bocca chiusa.

 

 

 

 

 

 

TEMPO SECONDO

 

 

 

I

I miti dell’alba e del mare,

sonori dentro il plasma dei sogni.

La veglia interminabile dei nulla,

e il vento salino del mare

che si rifrange sulla nostra solitudine responsabile.

 

 

II

Quell’adolescenza favolosa – eccellente –

non era altro che un vuoto

dove tutte le cose urlavano

secondo ritmi prestabiliti.

 

 

III

La terra delle ferite –

un coro di albe che soffocano

colme di creta e di sterpi –

dolore della luce.

 

 

IV

E tutto ci lega

a nuove vite, a nuove nascite,

noi sterili maturazioni,

inetti [imbelli] portatori dei nostri corpi

fragili di agonia e disgusto.

 

 

V

I viaggi donchisciotteschi al di là degli orizzonti

come girotondi attorno alla tua vita.

 

 

VI

Crepuscolo.

Ecco il corpo di un giorno

fragile di dolore –

mi muovo e sconfino.

 

 

VII

Sera.

Neon di rumori o di musica –

solitudine dello stelo

che ti porta via.

 

 

VIII

Dentro il giorno.

Un coro di solitudine e di specchi,

un tempo di leggende,

lette sul

nulla.

 

 

IX

Mi sono disteso nell’alba d’aprile.

 

Nulla rifletteva la sonnolenza pomeridiana dei palazzi,

nulla equilibrava nello specchio la fronte dei salici,

nulla sfidava il pallore cristallizzato del cielo,

nulla mi tratteneva dal leggero scivolìo del vento.

 

Gli abiti andavano in giro con i corpi in bellezza,

le strade rotolavano contro la ruota dell’ora

(nel lavabo uno specchio si innamorava di Teresa),

dal mare il sole arriva ad un cuore debole.

 

Presso l’alba d’aprile intessuta di chiarità essenziali

vedevo che le cose non seguono il loro corso

e non sapevo morire – perché

non avevo confidenza con le cose che muoiono.

 

Non potevo vedere gli animali ammucchiati sulle strade

né inoltrarmi nel tessuto scavezzato del paesaggio –

ero filtrato da macabre [orribili] oscillazioni mentali [psichiche] e da ritmi immensi

e ingoiavo dolore da ogni lato e con tutti i sensi.

 

Alla fine non ne potevo più – mi dicevo:

«Puoi essere anche donna», e bevevo avidamente

il sangue di questa pienezza gravida di illuminazioni,

lontano dal giorno e dalla notte – prigioniero dell’alba.

 

Scivolavo in un fluire lirico di reintegrazione alla terra!

Mi eleggevo idolo e abbracciavo ogni successione elettiva.

Era disposto a tutto: alla terra al mare alla luce,

all’incontro decisivo con le vegetazioni calde e pure.

 

Nulla da fare – ero riflesso dal sogno delle cose,

mancavano le congiunzioni più elementari e stupide

e il veleno delle paludi mi penetrava sordamente –

fallivo per un’idiozia che sanguinava dalla pazienza.

 

Presso l’alba d’aprile il sole mi leccava come un cane malato

soffocandomi – ma non potevo morire

perché in realtà non sapevo nulla del mare – ignoravo

purtroppo come muoiono le più piccole cose.

 

X

L’eco del grido –

prigioniera nella conchiglia del ventre.

Le cose sono rumorose.

 

 

XI

L’amore nel suo disordine di avvenire –

che altro potevo sognare

nel mio volto?

 

 

XII

Come per gioco –

conoscere i nostri incanti e

i nostri terrori.

 

XIII

Hai gustato con me il sapore amaro

delle passeggiate – la violenza

dei volti alienati.

Che sarà di noi?

– Io non so nulla –

Io so

il vuoto,

la disfatta,

le ossa.

 

 

XIV

tam-tam dell’amore stroncato

tam-tam delle palpebre mute

tam-tam delle tenerezze sbagliate

tam-tam delle nudità laceranti

tam-tam delle paure ingoiate

tam-tam dei vuoti incolmabili

tam-tam delle tempia soffocate

tam-tam dell’adolescenza idiota

tam-tam del corpo solo nella sua follia

 

adolescenza idiota

mobilitata all’inerzia

(alla fine scoprirò l’immagine

che si nasconde dietro il volto delle vittime)

 

 

XV

l’amore nel suo disordine di avvenire –

che altro potevo sognare

nel mio volto?

 

XVI

ognuno vive la propria follia

la propria complicazione di morte –

tutto o niente –

chi più di noi ha accettato questo gioco?

 

 

XVII

Dentro

vetri di luce frantumi di conchiglie

il grido bianco del mare

m’abbaglia e sale invisibile

a ferire la mia anima di sabbia.

 

I volti dei miei scogli

nascono nel miracolo del vento

e annegati nei metalli del mare

– ora che barche vanno alla deriva –

scendono nel freddo e camminano nei gorghi.

 

Vado su chitarre d’acqua

– dove gli uomini imparano a perdere –

e il grido bianco del gabbiano

mi squarcia il sentimento in fuga

e mi svela il mistero delle sabbie.

 

(Scogli, vetri conchiglie – bianche

– sono impazzito della morte del mare

– bianca di sale).

 

 

XVIII

 

Canzonetta

sopra i fiori dei dolori

questa vita fa rumori

 

sopra i vuoti degli amori

ci son brividi e batticuori

 

della mia alienazione

non avete giustificazioni

 

adolescenza adolescenza

tutti i miti son deficienza

 

né amori né rivoluzioni

sempre senza conclusioni

 

né ordine né bellezza

è pura la mia stranezza

 

 

XIX

 

Contro le parole,

contro le cose,

contro di me,

contro di te.

 

Lei.

 

Lei avrebbe nominato tutte le cose

Con nomi nuovi.

 

 

XX

 

L’inverno terribile dei sogni,

lungo il viale dei platani.

Come siamo nudi –

noi –

la nostra immagine –

se non c’è passione o spazio.